Se in una medio-piccola città italiana una rissa fra adolescenti finisce con una ragazza in ospedale, la notizia finisce in genere sul giornale locale con articoletto in cronaca.
Se accade che in effetti si ci sia stato una sorta di “branco” ad infierire sulla ragazza in questione, branco formato da studentesse della stessa scuola, allora assume i connotati, ben più gravi, dell’atto di bullismo, e sicuramente si tratta di una notizia importante, da occupare un certo spazio anche nei giornali nazionali, e magari persino in qualche TG.
Ma se la vittima non è italiana, anzi è una extracounitaria, ecco che nella mente di qualche giornalista comincia a lampeggiare una parola magica. Una parola che spalanca le porte dei TG nazionali, che permette un richiamo persino in prima pagina dei giornali nazionali.
Ma certo, qualifichiamo l’episodio come “razzismo” e lo scoop è servito: la cassa di risonanza è assicurata, e se ci si muove bene, si ha materiale per articoli, dibattiti, approfondimenti e quant’altro.
E già che ci siamo, scomodiamo pure Rosa Parks per un paragone (giova ricordare che nello scomodare Rosa Parks, si è in buona compagnia dei segregazionisti americani).
Magari poi si scopre che il razzismo non c’entra nulla, ma ormai la macchina è avviata, e con un trafiletto di precisazione ci su può lavar la coscienza. Dopotutto, ormai la pagnotta la si è guadagnata.
Poco importa se un’ambiente scolastico, o un’intera città, ormai siano additati come esempi negativi. Poco importa se tanti adolescenti (e non) hanno dovuto subire per giorni l’attenzione ossessiva dei media.
Forse, senza voler sminuire minimamente la gravità dei fatti (su cui giustamente gli inquirenti indaghino con la dovuta competenza), il pregiudizio non nasce fra i banchi di scuola, o fra le compagnie giovanili. Il pre-giudizio sembra assai ben radicato in molti giornalisti di pochi scrupoli..